Specchio

Sfuocato evanescente
Io sgranato

non nello specchio
-nero e fondo-
bramato

dal fondo
giammai bramato

specchio specchio
di riflesso accecato
di dardi e strale
in pece nera
annientato.

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Sogno

Buongiorno amore mio. Stanotte ti ho sognato. Eri bellissimo.
Mi rimetto, in solitario splendore, a te.
Al ricordo di quel tuo viso.
I capelli lunghi e l’occhio ferito, la pelle del volto distesa e piena e, nel mentre ci baciavamo e stringevamo, pube contro pube, sognavo di un nostro bambino che potesse nascere, e che il nostro amore, così forte e puro, avesse da solo concesso alla realtà di sospendere il ciclo della malattia, che da te a lui non fosse passata, così, per regola, per certezza.
Io, entro una dimensione di sogno, in un luogo di campagna nel quale giocavo, nei tempi liberi dal lavoro, e tu, fisso, a guardarmi. Poi divenivi sedile ed io ti tenevo ben nascosto, con la speranza di poter svelare al mondo, a mia madre, di te, al piu’ presto.
Non avrebbero avuto da ridere nel vederti così, splendido e sereno.
Ci baciavamo e ci toccavamo ed io non riuscivo a stare da te lontana.
Era piu’ di un sogno, è piu di un sogno. Mi stai dicendo che io, senza di te, che tu, senza di me, non siamo nulla.
E questa illusione di vita che si riempie del senso di altre vite, prosegue imperterrita.
Tu ad attendermi, non distante da me, ma al mio fianco.
Non ci sei, ma ci sei. Mi sei accanto,  di fianco, mi sfiori quasi ogni volta e mi dici  che continuerai sempre ad esser qui, a me accanto, che non sono sola.
Arriverà il giorno in cui potrò percepire la tua presenza di carne e lì sarà un giorno in cui io non sarò piu’ qui, ma sospesa tra il qui e il lì dove sei tu. Sarà il giorno in cui mi rimetterò da questo mondo, e la mia esperienza terrena avrà termine. Lì, in quell’istante,  potrò nuovamente essere te, e tu essere me. Fusi, senza peccato da scontare, senza pena da sopportare, liberi nel nostro amore.

Il sogno terminava con me che dovevo scappare, avevo poco spazio e poca tregua ed ero terrorizzata dal fatto di poter esser presa, colpita, torturata, ma ciò non mi impediva di provarci, di scappare, c’era qualcuno che mi aiutava, che mi portava al limite di quella strada dalla quale sarei dovuta scappare per ritrovare la libertà.

Non ricordo altro. Un luogo paradisiaco si trasforma in un luogo dal quale devo scappare per raggiungerne uno nel quale regna la la libertà piena, al prezzo di superare la paura, di effettuare un salto nel buio.

Lucio, ti amo.

Lucio Finale

Per te l’immagine non era un modo per conformarti al mondo, ma per proteggerti da esso; indossasti, ed indossavi, quelle maschere che il mio cuore, riconoscendole, adorava istintivamente.

Ancora oggi ripercorrendo le tue (le nostre) strade, sento di calpestare al modo del tuo passo lo stesso selciato.

Mi ritorna all’udito il suono di quel tocco forte, incisivo, ma delicato.

Così mi sovviene alla mente ogni cosa di te e, pensando a te, ricordo di me, di un abbraccio, di una parola, di una carezza, di uno sguardo su di me, chè il tuo mondo non girava intorno a me, ma con me era divenuto il nostro. E noi, entro quello scudo protettivo, trasparente, ad immergerci.

Era piu’ di un amore: una protesta, una difesa, un’arma puntata dritto al volto. Quell’arma non sapemmo difendere, permettemmo che a spuntarla procedessero in cambio di una promessa di vita, che il mondo, fintamente benevolo, ci concesse. Una promessa carica solo di ciò di cui esso puo’ essere rivestito.

A me ha concesso la vita, a te la morte. E tu sapevi tutto questo nel tuo fondo, ma scegliesti comunque di procedere nel percorrere quella via. Per una illusione spinta al limite della antonimia menzogna-verità? Per proseguire sulla stessa strada (continua)

Oh, Amore! “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.

Se mai dovesse avere i tuoi occhi, le sarà destituito il potere di spaventarmi.
I tuoi occhi, così come i tuoi capelli, chè, ogni volta ne incontro di simili, mi sobbalza il cuore.

-L.-

E’ necessario sfamare, briciola per briciola, giorno dopo giorno, ostinatamente, instancabilmente, la propria oscurità -nel dispetto di quella voce insistente, reclamante un approdo molle, che alle proprie membra acconsenta di adagiare-.

E così quel tuffo nello stomaco che trasforma l’altro in specchio capovolto
del sè ascosto; di quando gli occhi si incontrano per cadere incastrati in una piega delle labbra tue, morse in tra i denti tuoi; per scivolare poi, incastonata la saliva mia nella tua, come suggello di felicità eterna, che a te ritorni in ogni dove. In ogni dove di questo passaggio continuo, ove, scatto dopo scatto, insiste, seppur da te separato, mai alienato.

E’ necessario andare, pungolare, incontrare, rischiare il salto, abbandonare la certezza del piano d’appoggio in cemento che ci tiene avvinti all’immagine marmorea di un qualcosa che già è stato prodotto per altri scopi, altre menti, senza corpi a renderle vive.

Rischiare la via, lo svincolo, la curva, oltre la quale apparirai tu ad attendermi da una vita intera di dolore rischiato e raschiato da una superficie immobile che non volevi a limitarti.

Apparisti fisso come antenna, ad intercettare un senso nel quale volli avvolgermi e, come spirale, girare sulle orbite prescritte. Oltre quelle c’era un noi sconosciuto che volemmo sollevare, nel quale volemmo, con tutte le nostre forze, affondare.

Nel profondo, dallo scandaglio, fummo costretti a risalire al freddo, allo scoperto, esposti da una nudità che rinnegammo, proteggendo ancora ed ancora il nostro amore, da molti altri violentato in sogno.

-.-

Su asfalto cocente, steso
attendevi una mia parola.
Come la croce di Cristo,
fissa ad aspettare.
Sul selciato bollente,
che a breve sarebbe svanito,
evaporato al modo dell’acqua al contatto col fuoco.
Nebbia, aere, sarebbe divenuto,
avvolgente, nelle spire di un sentire eterno
che di te mai si sarebbe divincolato.
Ora Te rincontra, in quel punto preciso Te ritocca.
Sfiora le tue labbra che un tempo furono sue
rimastica le parole, quelle ultime che dicesti:
roba di un euro, due euro, pochi spiccioli
invenduti al teatro dell’orrore.
Di un amore che ancora ed ancora, stretto
nelle mani, mai avrei lasciato. A te mi abbandono,
di una vita che mi avevi preannunciato
crudele, crudele e spietata, nutrita da quell’amore
che tutto avrebbe avvolto, macinato nella sua presa.

-Liberazione-

Per quanto tempo avremmo pianto
le nostre lacrime, levigando
la superficie resa lucida
della pelle dei corpi. All’incrocio
di un burrone, ove ci parlasse
di quel che avremmo voluto,
osato sognare in un giorno
limpido e terso di un candore
infantile ove sembrava
disperdersi la luce in mille
rivoli di contorni al sole,
esaltati di spighe di mais
arse al sole o acerbe sullo
stelo d’erba stese; immerso
e perso nel campo di mille
canne fluttuanti al sole
nel vento. Di un desiderio solo,
senza che lo sapesse, immersa
la mente ed il corpo leggeri.
Un cespuglio di more succulenti
immerse intra i rovi invitanti
ed erse verso la mano tesa,
pronta a coglierle; colorate
piu’ che mai da sangue vermiglio
sgorgante tra il tocco della spina
ed il morbido affondato della carne.
Ecco: ritorno a te,
sospesa in quel rivolo terso,
splendente e solare di un istante
coltivato all’eccesso maniacale,
fisso per poter cogliere il succo
abbondante di un frutto maturo
che dalle labbra sovrabbondasse.

-L’Io-

Io io questo io che rotola nelle pieghe dell’essere
mutevole distratto bulimico sorprendente pacato
gonfia le fauci di urlo inespresso
che dica ancora ed ancora io. E
la rivoluzione non viene ed io?
Si imbratta di melma, di cadute
inciampate volute, di tonfi ingombri
si perde ritorna e guarda –si volta
di getto- sé stesso. Un gesso imbiancato
grottesco di un io che rimane
involucro vuoto a rimirar
sé stesso.

-Odo-

Odo il tatto delle mani:
le tue sulle mie a sfiorarle.

Una morbidezza delle labbra
a cogliere una lacrima
-corposa e densa-
percorre la strada in discesa,
dissolvendosi.

Odo te, ma non ci sei,
quest’amore che c’è e che non c’è piu’.
Un mistero di sentimenti
insvelabile, onnipresente
tentacolare, vischioso.

Affondo le mani per percepirti,
toccarti, afferrarti.
Mi sfuggi, eppure sei qui,
fisso nel mio cuore e nella mente,
tenace a difenderci,
a rinnovare, istante dopo istante,
la consapevolezza del non poter essere, se lontani.

Feroce, come il ringhio di una belva impaurita,
fissa, con gli occhi felini, noi, rimasti attoniti.
E poter dire, di contro, ancora “noi”
in questo sfregio di vita impossibile.

E piangere le lacrime di liquidi infiniti
in ampolle sterminate
nel sapere che in un ricordo
è da ridurre un esistente
impossibile da ingoiare.

-Il nulla-

Sono affamata di vita.

Un deltaplano affonda, schizza e lacera l’azzurro del cielo

e ci sono uomini che si dicono poeti e che vendono le loro poesie

che si fanno giudici di altri poeti, giurati di una lirica

che, oltre loro, continua a fluttuare in questo aere liquefatto,

disciolto nella nostra coscienza, come se fosse altro da ciò che è.

Ma nulla è ciò che è, un valore immesso in quell’oro

luccicante di materia che sta, immobile, a pensare di noi.

Della nostra follia nello scannarci da questa flebile, ma resistente vita

che ubbidisce a qualcosa d’altro, che non si sa cosa sia.

Un cuore che batte, un polmone che si riempie di nero,

un ticchettio che cessa di essere.

Una carne che non si puo’ piu’ toccare

ed una memoria ferma, immobile, tenace.

Come le tue labbra socchiuse -Lucio-

che continuano a reclamare la mia, di passione eterna.

Un suono di una parola che richiama altro da ciò che è

Eterno, e che è, in realtà, solo quel che è.

Eterno, finchè c’è.

-Peppe-

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Un punto nero nella Luce
Ma una Luce costante, continua
Sciolta nella linea della Vita che passa
Senza rumori assordanti
-Eppure quelli che si sentono lo sono-
Un puntino nella luce che si disperde e che viene immediatamente accorpato
E poi restare muti, senza parole che segnino
Perché nulla realmente importa
Un cappello, un ombrello aperto sotto il Cielo del nulla
Che ripari da qualcosa che non si sa
Forse un dolore
Anche quello costante, continuo
Disperso su una linea del Nulla
A guardarci di sbieco
E poi le voci, le voci che sussurrano parole superflue che sembrano riempire
Una bulimia dell’anoressia
Di questi corpi dispersi
Impauriti dall’odore del nulla, dalla puzza del marcio
Di una Morte che ci colga d’improvviso stupore
Con gli occhi fissi nel vuoto ad ascoltarla
E lo scoppiettio di un fuoco, il friccichio di parole che parlino di tutto e di nulla
E il calore di un abbraccio, di un bacio schioccato su guance morbide
Che lo abbiano richiesto
Un mare splendente che ci accolga sotto la luce di una luna
Piena, a metà, indifferente
O immersi nell’afa di un sole cocente
Che ci lasci senza respiro
A godere dell’immensità di questa lunga emozione
Che chiamiamo Vita.
Tragica beffarda lacerante luminosa
Buia come una eco di un pozzo profondo
Lanciato in un’oscurità senza fine
Ed un inizio ed una fine in uno stesso punto immessi
Quasi a ricordarci sempre di noi.

-Pietro Simiele-

Pietro_2427Caro amico, grande e piccolo uomo di questo mondo stantio, vecchio, logoro e consunto, quante parole, emozioni, discreti contatti hanno riempito lo spazio tra il me ed il te della nostra conoscenza.
Quanti pensieri, profondi dolori, incommensurabili sensi di tragedie hanno permeato quello spazio.
Quanti attimi di sospeso e concreto rispetto tra un balzo di cuore, un rigurgito di gioia mai sopita, come piccoli diogene che volevano bere alla coppa degli dei, mai esausti nel voler essere quel che non sapevamo, ma che spingeva dal di dentro e premeva tanto intensamente da fare male.
Ho paura. Paura che mi mancherai troppo, paura di quel sapore di amaro fiele che si e’ costretti ad ingoiare nel baratro di questa solitudine immensa che non ha possibilita’ di essere uccisa con violenza, come dovrebbe.
Gli attimi di follia durante i quali sentivo di essere sola e persa nella mia solitudine venivano strozzati, quando era, da quei tuoi mi piace cosi’ meticolosi.
Sapevo di poter strappare con forza quel buco nel quale sentivo di essere rinchiusa e di poter urlare la sospensione di quella solitudine.
Sono stanca di subire queste continue morti. Sono stanca di non poter essere altro con altri.
Eppure e’ possibile. Si sa. Ed allora chi puo’ farlo ancora, che resista! Che resista in questo mondo di merda che ci vuole piatti, omologati e terrorizzati.
Non ci sara’ qualcuno che potra’ sostituirti. Sono vuoti, saranno vuoti di dolore e di disperazione eppure qui siamo e saremo ancora e lotteremo ancora non si sa perche’ e per cosa.
Ti ho voluto un gran bene, sei stato parte importante in questa vita che vivo.
Ciao caro Petrus de Petris.

Che la forza sia con me.

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-Di voi-

Al cuore scosso fa eco un rimbombo

di dolore sordo e muto che non puo’

avere voce, strozzato nel marasma

di questa vita fluttuante in un interno

che diviene disperazione nel momento

in cui cerca e non trova spazi e mani

da toccare, occhi da penetrare, bocche

in cui affondare, labbra da baciare

cullato vorrebbe poter essere in una

dimenticanza da venire, allora

ricerca e troverà quella pace in cui

affondare in silenzio,  dolcemente

abbandonare, non di rimpianto, di malessere

rivestire, ma di gioia grondante

estasi, cieli da toccare , brezze marine nelle quali

annegare, salmastro salino di narici

aguzzate, toccare e percepire

non piu’ di illusione rinominare

questo spazio da rivestire, ma di

abbandono poter liberamente annegare.

-Di carne-

 

Gli occhi delle persone che mi hanno amata, che hanno amato i miei di occhi,
il mio di cuore, il mio di corpo -possessivo che ritorna.

I vertici delle vette piu' alte e gli abissi contrapposti, come un cono del tempo,
di un tempo non lineare che si propaga in raggi piu' o meno ampi, piu' o meno frammentati.

Un corpo che ha contenuto i raggi di quell'amore, gli occhi che a fondo vi hanno guardato,
nomi e cognomi di identità sparse nel mondo che c'è, ed in quello che piu' non è qui.
Perchè il qui non è qui, perchè il tempo è illusione nel suo passare e tormento del suo sostare
e forse questa nostra vita veramente è quella che abbiamo di contro a quello che abbiamo sempre creduto di non avere.

Abbiamo: ho creduto. Chè questa unica vita non di Stati, di nazioni, di lotte, di scontri, di ideologie, ma di corpi di carne, di labbra affondate nella pelle morbida, nel sincero di occhi chiari e scuri, freddi o profondi come l'abisso di un Oriente che non è piu'.

Come un est, un ovest, un sud ed un nord nei quali fluttuiamo il nostro magnetismoed un centro dimenticato al quale torniamo sempre, al quale siamo, oggi come ieri, come domani saremo, presenze fluttuanti.

-Voglio preservarti-

Voglio preservarti
voglio preservarti dall'orrore 
di questa Luce accecante 
alla quale (tutti) dicono 
di dover ubbidire come servi 
fiacchi, sfiancati, arresi, 
perturbati dalla sfida 
inconsueta quella sfida 
che si è presentata così 
rigida fredda agli occhi 
dell'umanità di fratelli e sorelle.
Sotto la sua stridula morsa
recitiamo consunti il suo 
cantare, la sua litania 
ossessiva e conturbante
compulsi del consumare merci 
come carni tanto che il sesso
e i peni e le vagine
sotto gli occhi cadono come 
oggetti di desiderio 
a cui anelare. Poi si consuma 
l'ovvio, il potere divenuto
e si guarda ad una nuova preda
mai sazi dell'orrore.
Te voglio preservare da questa
insensatezza dell'esistere
che macina tutti, anche quando
si vogliano dire salvi
e felici e contenti come
le favole da Disney arrotondate
e se non lo fai sei l'inganno
l'irriconoscente, colui 
che della famiglia umana 
deve essere abolito
così nel mentre oso combattere 
su piu' fronti, anche quello 
della inadeguatezza, quello 
del terrore misto ad orrore 
di quello che l'umanità 
è divenuta ed oso difendermi
chiudendomi, guardando con gli occhi 
dell'orrore a quel che, fuori di me, c'è
mi distacco, mi stacco anche 
ancora, dalla mia pelle, da quel 
pensare di sapere qualcosa 
che mai saprò e che sempre mi 
sfuggirà, quel vuoto, quel nulla 
della notte cadente che ci 
abbacina, quell'affondo morbido 
e leggero nei sogni, nel sonno
nell'inconscienza di non voler 
piu' essere coscienti.
Alla fonte dell'oblio oso
bere ancora ed ancora
non piu' schiava di quella clessidra 
che si svuota riempiendo la mia mente
quel guscio di sostanza ricco 
d'ebrezza che goccia a goccia 
cala scava nella mente 
affamata d'amore, di senso.
Nel vuoto, nel nulla oso pensare 
alla leggerezza, quella che mai 
sarà, portata da questo corpo 
pesante di forma e di esistenza
di sensi, di passioni e di desideri
che come un Karma inscrivono 
pulviscoli di polvere
sulla pelle del corpo oleata.
E fatico a scacciarli, ad
allontanarli da me, quando poi 
sul fare, appena fatto mi sento 
così libera, come se non 
si fossero mai posati
ed allora continuare a 
persistere, scacciandoli
irriverente di quel che sembra
non poter essere un destino 
da scegliere, da bere
come la Milano da bere.

Vento e sole

In questo giorno di sole e vento il mio pensiero si ferma a te

come un vento irrequieto e sottile vaga irrisolto nel vasto mondo

alla ricerca di un luogo che gli dia un perchè.

*

Nel sole fermo e cocente ricorda a sè stesso del come egli vaghi irrisolto,

di un giorno che, per caso, un luogo trovò dove potersi fermare accoccolato

in strette braccia fermato.

*

Provò a fermarsi, ci riuscì, si tramutò,

ma la paura di un giorno perso a dissolversi in irrequieto vento tornò.

*

Giocò così la vita e quel che ne restava,

abbacinata in lui la tristezza si formava

disperato in un vago girare senza perchè ricominciò.

*

In spire di rabbia tracciate di sè, di tanto in tanto segnò

in cerca di un  sapere, di questa corsa persa nel nulla,  Perchè?

-Pensieri-

Mi chiedo come si possa e cosa significhi vivere nel lutto, è qualcosa che appare senza senso.
Sentire la mancanza di una persona che non potrà piu’ esserci e proprio per questo non avere la possibilità di esercitare l’immaginazione, ma continuare a sentire ovunque quella persona nel ricordo, nella percezione dei sensi staccati dalla possibilità di esperirli materialmente. Ci si sofferma e ci si chiede se quella persona ci manca, ma non puo’ mancarci perchè non c’è, manca solo quello che puo’ esserci. Cosa è, allora, questo lutto? Questo dolore che non ci dà tregua e che sembra volerci perseguitare? Non è una mancanza, ed allora cosa è?
Mi sembra che possa essere in quanto, quando una persona ti entra dentro in un particolar modo, poi non esiste piu’ la possibilità di ricacciarla fuori.
A me mai nessuno è entrato dentro come te, è come se entrambi sapevamo di essere nati per stare insieme, ma una tale cosa non è senz’altro possibile, non è contemplata da alcuna possibilità causale, infatti la vita di noi umani non mi sembra affatto retta dal principio della logica causale, bensì dal caso.
Ed allora, se così è, cosa è quella malìa che ci toglie il respiro, che ci fa percepire a fior di pelle la sensazione di non riuscire a stare in questo mondo senza quella persona?
Io non lo so, non ho risposte, so solo che è qualcosa che toglie il fiato e dalla quale bisogna cercare di distaccarsi nettamente ogni tanto, pena la possibilità di non poter essere piu’.
Ciò che mi pare piu’ assurdo, e che ho provato a comunicare spesso, ma, temo, senza esiti positivi, è che, nel mio caso, tutto questo ho cominciato a provarlo già quando tu eri in vita perchè sapevo che sarebbe accaduto quanto è accaduto.
Questo mi fa pensare che la nostra psiche sia dotata di schermi protettivi affinchè si possa continuare a stare nel mondo, infatti, se è vero che esiste il libero arbitrio e la possibilità di scegliere di non essere piu’, è anche vero che quell’atto è quanto di piu’ difficile e di forzato possa esserci perchè la morte è il non essere piu’ ed è qualcosa che la nostra mente non puo’ nemmeno immaginare. E’ un vuoto, un buio, un’assenza insostenibile.
Sarà forse che il continuare a percepire l’altro, il nostro amore, non sia proprio questa una forma di sopravvivenza? Continuare a sentire la voce, a vederne il viso, a sentirne il profumo, ad immaginare di riabbracciarlo, non sarà, tutto ciò, un argine a qualcosa che ci appare impossibile, ossia la non esistenza?
Tutti questi pensieri mi danno la sensazione della vertigine, di essere in bilico, in posizione instabile e mi fanno lievemente comprendere il motivo per il quale si dice che la follia sia una invenzione umana, la follia è solo quel buio che non vogliamo contenere, comprendere (nel senso fisico della parola), quella parte della nostra mente che ci terrorizza e dalla quale cerchiamo di distaccarci, forse quanto piu’ ci proviamo tanto piu’ siamo a rischio di immergerci in essa, mi chiedo se per chi la esperisce ci sia una via di ritorno, immagino che possa essere come l’inferno, tanto rappresentato dagli umani.

-Chè-

Scrivere

in questo delirio di disordini compatti.

Nella spiaggia cristallina dal colore tenue di un pastello che mai stanca

affondare lievemente i corpi e sentirli annegare in una beatitudine pacata

senza confini.

E ritornare sempre ovunque a te, ormai lieve compagno

dei mie passi

chè la vita continua l’incedere costante.

A te ritornare ai tuoi sorrisi lontani dal mio sguardo

in un attimo sembri riempire la mia vita

quella affamata d’amore

che solo tu, nell’eternità precisa di un attimo,

hai potuto cogliere e amare infinitamente

Chè ci sono abbracci di chi è stato abbracciato ed ha imparato a farlo

e sono abbracci lievi, leggeri e rassicuranti

ci sono abbracci di chi non sa abbracciare eppure lo desidera

sono abbracci intensi soffocanti che non dovrebbero essere,

però,  come squarcio in una tela infinita, di tanto in tanto

stringono forte e dicono, così, della loro rara capacità d’amare.

In quello spazio vuoto, squarciato, hai colto l’essenza.

E solo tu potevi. Ora non ci sei piu’

a cingermi i fianchi

a rassicurare di te solo la mia esistenza

con quello sguardo silenzioso e ricco di comprensione

E affogo nelle lacrime

E annaspo in un respiro che manca.

https://luciovaleineterno.wordpress.com/1997/07/12/per-la-mia-valeria

-Felicità-

Sei morto come sei vissuto
In quel tuo silenzio che faceva
Molto rumore per il mio cuore.
Delicato come le ali di una farfalla in giro
per il vasto mondo, troppo rigido e statico
per le sue fluttuanti ali.
Quel movimento, impercettibile alla vista, di uno svolazzo leggero
che sapeva di un ritmo insistente e delicato come quello di un Nick Drake.

Confuso nel mondo, nelle appartenenze comuni
di chi non avrebbe mai potuto distinguersi dagli altri
per ingiustizia sociale, per quella bara di cemento
che sembra calare sulla vita solo di alcuni
che, mai stanchi di quel peso, sembrano portarlo fino alla fine
nell’attesa di quel che succederà,
in un anelito di libertà che sembra voler compensare tutto quel buio.

La felicità nei tuoi occhi l’ho intravista
In un incontro di labbra mai esauste
E la rivedo, la rivivo ancora oggi
Chè la felicità non si sa quando c’è
Eppure con gli anni, nel suo trascorrere incessante,
Anche quella la si puo’ riconoscere a vista, a tatto
In un momento di nulla, in un calare della luce nella stanza che ti parla di
quel particolare odore e trama che la singolarità della propria vita ha potuto creare
In quel silenzio impercettibile di quel lieve passare
di un qualcosa che è, e che subito va via
risospinto nel mio tempo dalla mente che lo coglie.

Dove sei tu

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Scendo fin giu’ dove sei tu
un’onda calda, soffice
mi avvolge nelle tue spire
di fiori vestite.

Fresie profumate e splendenti
di anemoni gialle compagne
ti vestono, oggi.

Apprese nelle mie mani
da quel profumo aspro di vita
che non si cancella, ma imprime.

Nelle unghie, fin dentro
i circolari solchi dei polpastrelli
insinua quel sapore di morte
quello al quale ho provato a rivolgere
un perdente rifiuto nascondendomi altrove
in altre vite, falsamente in esse adornata.

Eppur sapevo, e tu quanti giri di parole
di labbra atteggiate ad una
che non poteva esserci
eppur tentata.

Il solco nel quale si incontravano socchiuse
quasi a voler sempre dirmi qualcosa:
un sospiro, un bacio, una parola
sempre lì in su quel nascere

ed ora ti riservi nei ricordi e abbondi
e sovrasti di un senso che non può piu’
ma ritornano a me sempre fisse indelebili incise
le tue parole, quelle di pena, di afflato
di quello che non si sarebbe mai consumato.

Come di una profezia eccolo
incarnarsi nelle mie giornate
di silenzio calate,
lì dove nessu te puo’ donarvi un amore
una carezza, una gioia di esistenza.

In questa solitudine da scavare
mi perdo e poi riaffioro
per non poter abbandonare ancora, con te
questo mondo che mi abbacina.

-L’attimo del timore-

L’attimo del timore
è la tomba dell’amore
si sfiorano i nostri corpi
e le nostre mani.

La pressione -leggera-
non impazza le vene delle tempie,
ma misura, fluisce, lenta.

Perviene al mio cuore
-che batte echeggiando nel corpo e nella stanza-
la tua carezza.
Carezza che non si stanca, che non stanca.

L’attimo del timore
massacra l’ amore.
L’attimo del timore
è scacciato dal nostro amore.

Chiusi su sguardi che si sfiorano,
carezzano e penetrano
e la vita che inghiotte le titubanze.

Perchè non c’è spazio per i tentennamenti,
le paventate, pavoneggiate difficoltà
fanno ombra su altri fiori.
Noi siamo l’albero che fa ombra all’esterno,
non i fiori.

E le fessure mediterranee nel tuo viso
mi penetrano e mi reclamano a sè.
Perchè non c’è conquista, qui ed ora, che
possa indossare la maschera di una virilità falsa,
maschera di ben altri orrori.

Gli ospedali psichiatrici
e le stanze chiuse e stantie dell’analista
sono fuori da qui, di qui, da noi.

L’attimo del timore
è la tomba dell’amore.
L’attimo del timore
è la perplessità del vile che scatta
voltando gli occhi altrove
in un rifiuto lacerante.
E si lacera. E si laceri.
Non si controlla niente.

Il libero arbitrio illumina,
squarcia il cielo
e violenta le terre.
Si impone.

Uniche vittime di sè stessi:
dannati col volto coperto,
mani che celano lo strazio
e un occhio che fuoriesce lucido da quella maschera
che si rivela nella sua artificiosità:
Grottesca.

-Sogno-

Tra devastazioni di pensieri,

come piantagioni incolte e

boschive, appariamo noi.

Al limitar del dicibile,

parola turbata e sospesa

di vite possibili, messe

a fuoco in un sogno perenne

da sognare-sempre.

Un gesto soffuso e delicato

di rigore e di buon cuore

oltre il “mi serve”,

le buone maniere ostentate-

chè c’è un pericolo di educazione

che non si insegna,

un delicato mirare alla

vita altrui che è altro da

noi. Inconoscibile nel

suo pieno mistero eppure

scrutabile appena appena.

Un verso smorzato,

una solitudine di pensiero,

una carezza sospesa nel

silenzio di quel vagare

di parole sommesse,

che cercano una strada

nella quale incanalarsi

ad una ad una.

Una al seguito dell’altra

senza menzogne, potere,

altezzose pretese di essere:

le prime a capo di un verso

per imporre e comandare

Le altre.

-Ululato-

L’ululato del terzo piano

mi precipita nel tuo mondo

mi travolgi, strattoni dolcemente in te

sembra che tu qualcosa voglia dirmi,

parlarmi da quel palazzone sospeso

sulla collina. Grigio e scalcagnato a me

si è sempre presentato, parlandomi,

in anticipo, di te che avrei incontrato.

*

Fiero nella mia infanzia a me dinanzi

di presagi inquieti mi sussurrava

l’esistenza, ed io lo miravo

come un mostro onnipresente dei

miei incubi piu’ tetri e neri.

Ne restavo avvinghiata ed affascinata,

da quel corpo di cemento entro il quale,

a breve, saresti stato tu.

*

Le vene del tuo corpo pulsanti,

di un verde cristallino e trasparente,

mi suadono, così le tue braccia forti

ed affusolate entro le quali mi abbracciavo.

Ora da quel terzo piano vento

impetuoso sei diventato e mi chiami.

In una tua folata volevi dirmi, parlarmi ed

io ascoltavo, mai troppo stanca di te.

*

Da quelle labbra leggermente aperte

sgorgava quel qualcosa che sembrava

solo per me, esser nato.

Un miele etereo che si vestiva della

tua voce squillante ed armonica.

Nebbia io diventavo per danzare

con quell’ululato di vento che eri tu.

*

Così mi aspettavi lì,

così io ti aspetto in ogni dove.

https://luciovaleineterno.wordpress.com/1997/07/12/per-la-mia-valeria

-Neon-

La luce del neon schiaccia

l’emozione nel cuore

E il cervello ne

risulta appiattito

Uno sforzo di esistere vi

pompa, così, aria e spazio.

Sollevate le mani dalla

tavola rifluisce nel corpo il sangue.

Ci pensa, si sofferma,

un sorso di birra

per ripiombare nella

normalità, lì dove

tutto è immobile

come quel neon.

-e non sono-

un rigagnolo di sangue segue la scia dei pensieri che vorrebbero essere accolti

e non sono

imprudente il tentativo segue i solchi tracciati dai passi decisi impetuosi che non chiedono

e si blocca l’essere sospeso nel non poter essere

e se potesse ritrovare nella fluidità amorevole di quell’occhio arreso alla domanda

un tempo di tenerezza già andato?

nell’umidità di quel vicolo rigettato affidare la fame d’amore

tagliare con la lama gelida del disprezzo quel che resta di possibile invano e sedare il turbamento esteso di una atavica indomita afona presenza

-Forse un giorno-

Forse un giorno cadranno parole

implementate nel mio cervello  da parole

d’altri. Forse un giorno, come cascata d’acqua

vivida e fresca, riempiranno la conca

di tante persone il cuore, arricchito così

il loro cervello, dalle mie, dalle lontane, non perdute

parole d’altre menti.

Sorgeranno così, dai loro cuori, nuove estasi

di delicati piaceri, di attimi appena appena sfiorati.

 

Forse un giorno, in questa vasta landa di rumorosa

solitudine, non sentirò piu’ il passo dei miei

ciechi miraggi affollare di me solo i suoi vivaci cicalecci

 

-Una morbida chioma-

Forse sei proprio quella luce
Che scivola morbida sulla mia chioma corvina
E la frangetta così squadrata forse è quel richiamo al tuo desiderio
Forse sono proprio quella luce persa nella tua morbida chioma
Fluente di desiderio e pericolosa vita
E non passi mai, come quella vita, come quella chioma
Che, calpestata questa terra, è inscritta, ora, nell’eternità

-E perchè-

Come fare a spiegare.

E perchè poi e per chi?

Che poi nulla sembra avere senso

se non quello (di tempo) che noi riempiamo di senso,

che sia ora, prima o dopo che sia passato.

Perchè il tempo quando passa non lo fa mai da indenne

anche quando sembra che si sia scoperto dopo, il suo senso.

Così come quando lo si vive pienamente

che sembra passare senza che ce se ne accorga

e poi si sa che non è vero

perchè si potrebbe vivere anche solo per quell’istante

e per la brama di attendere un suo ritorno.

 

E come si fa a spiegare a chi parla dell’Amore?

E quando lo fanno del mio amore?

Come fare a spiegare che non possono proprio spiegarlo in quel modo?

Perchè non è l’attimo fuggente di estasi,

perchè non è il desiderio forte dell’unione che sospinge verso,

perchè è trovare te nel suo sè,

perchè è guardare nel fondo dei suoi occhi

sapendo che mai un tale abisso di scoperte e meraviglie potrà piu’ solcare i passi di questa terra per te,

perchè è sapere che nel fondo di quel cuore  sono nascosti tutti i tormenti in intensità che sono stati i tuoi

e tu sai che così, in quel modo, proprio in quel preciso modo, proprio in quel modo, lui potrà sentire, in identica misura, sè stesso in te.

 

E ti specchi nei suoi occhi

e ti perdi nel morbido delle labbra

come se, testa poggiata su  morbido cuscino,

potessi traversare le meraviglie della terra

e solcare le tempeste del mare per giungere in luoghi fino ad allora sconosciuti.

 

E come fare a parlare, allora, del tuo amore?

E per chi e perchè?

E perchè osare ancora parlare di lui,

della sua pelle che non c’è piu’

come di  carta geografica solo per te disegnata?

-Viso-

Voglio cambiarmi viso
Incidere con la luce del giorno diagonali diverse
Modellare con la creta dell’immaginazione nuove spigolature
Che siano piu’ rigide e che la luce negli occhi sia fissa e determinata verso un punto di luce
Immersi nell’oscurità, che nessuno possa entrarvi.
Che le fossette sulle guance non si permettano piu’ di inarcarsi dinanzi a tutti
Ma che quello spazio privato di intimo splendore sia un tuffo nella felicità solo per un essere (alla volta).
Sradicare i compiacimenti accessori che restano
E che appaiono ancora così numerosi
Di costrizioni vuote alla parola suddita.
Un sogno di libertà che alberghi dentro di me
E che sia visibile dal di fuori
Così da poter scacciare tutti gli avventori e le sanguisughe
Quelli che, invece, felici pascolano con una lacrima sulla guancia sempre pronta
Nella pianura triste e piatta di questo mondo elettrico.

-Il peso-

L’ondeggiare felpato delle  gambe sul selciato

mi affonda in una morbidezza ovattata

senza suono.

Eppure il peso ha un suono, una misura sulla bilancia che parla di chilogrammi.

Pesanti! 45, 55, 60, 62, 67, 75 kilogrammi di peso dovrebbero far rumore.

La carne, in essi rappresentata, dovrebbe risuonare nelle strade.

E nelle stanze solitarie? Anche lì, dove piu’ forte appare il silenzio, dovrebbe?

Eppure mi volto, declino l’orecchio, ma rumore non sento.

Solo un inganno chiamato peso dalle etichette pubblicitarie.

Un modello di corpo che richiami ed evochi ideali bellezze.

Jeans attillati a risaltare faticati culi sodi, piccoli e tondi.

Seni modellati in sapienti mani e bisturi di chirurghi noti

fanno capolino nelle fessure tra lembi di camicia

o spuntano da aderenze di corpetti attillati.

E il rumore?

Dov’è il peso rumoroso dei corpi tanto tormentati?

Dove confluisce quel tormento chiamato peso

tra lotte strenue di ristrettezze di cibo lì dove il cibo abbonda?

La leggerezza ed il garbo di un candito al limone ricoperto di cioccolata fondente

dove risuona nel rumore del corpo così martoriato?

Dove troverà in esso casa? In un etto di carne senza rumore?

Eppure l’eco di un peso troppo pesante risuona nelle strade di queste città sprofondate dai cartelloni di enormi pubblicità,

lo sento, accorre al mio orecchio, risuona per le vie, tormenta gli occhi di donne, uomini, bambini.

Un peso di troppo senza rumore.

 

-Il cammino fino a te-

blaga dimitrova

 

-Blaga Dimitrova-

Fu lungo il mio cammino fino a te,
la vita intera quasi ti cercai
per serpeggianti avidi incontri
con altri, e tu non venivi.

E fino a dove s’apriva il tuo sguardo,
ombre attraversai e rumori incerti,
ma trapelava da me soltanto
purezza di suoni – per amor tuo.

Ogni tua carezza io piansi,
prima che fosse nata la difesi,
e il nostro futuro incontro custodivo
con pazienza nel mio petto.

Fu lungo il mio cammino fino a te,
immensamente lungo, e quando tu davvero
finalmente davanti a me sei apparso,
ho riconosciuto te, ma me stessa a stento.

Immensi spazi avevo in me raccolto,
sconfinati aromi, timbri e desideri,
e abbracciavo ormai uno spazio così vasto
che accanto a me dovevi fermarti.

Fu lungo il mio cammino fino a te,
e ci ha unito per un incontro breve.
Sapendolo… di nuovo sceglierei
questo lungo cammino fino a te.

-Ho paura di scordarmi di noi-

“Ho paura di scordarmi di noi”, canta la canzone,

il ricordo del nostro calore che, per il tramite dei corpi, inondava i nostri cervelli, è impresso vivido nei miei occhi

prende la forma di un lungo infinito meriggio del 2002 caldo nelle macchine a cercare un profumo di salmastro che ci desse vigore.

Strenui ci fermavamo così al ciglio di distese di canne al vento

in silenzio affidavamo i nostri pensieri e i nostri cuori a loro.

Così mi sembra che potrei far svanire il ricordo con le parole

come una nuova realtà inventata che avesse il potere di distruggere quella vera

sovrapponendo ad essa false immagini di beltà.

Quanto piu’ ricca era, invece, la nostra realtà

mai una simile potrà rischiarare ancora i miei giorni

ed invecchio, lo sguardo rischia di appassire e appesantire.

“Rischia”, invece mi colgo ancora viva a rinnovare un senso che per molti si risolve in piatti conformismi

le nostre trasgressioni, invece, percorrevano sempre le nostre vite, mai esauste in percorsi concilianti e già scritti da altri,  lì dove la noia dell’esistenza abbonda.

Una trasgressione che è cifra di verità nei sentimenti, di coraggio nel voler guardare quanto c’è di piu’ nascosto

si sa che spesso l’evidenza nasconde la verità facendone apparire altre dello stesso modo convincenti.

“Le nostre vite sono pervase dai dubbi”, diceva alla radio ieri,

sì, ma ognuno si tenga ben stretto i propri dubbi e non inciampi nel desiderio comodo di volerli appiattire generalizzandoli.

Era un desiderio di capire, il mio forse piu’ grande del tuo,

ancella ad esso la tua capacità di risolverli sempre con originalità

mai affondando il passo in conformismi stanchi e grigi , piatti e lisci come le loro ottuse ben sistemate perfezionate preconfezionate acconciature.

-7 febbraio 2015-

[…]dicevo…ieri sera Francesco mi ha voluto fare un massaggio, quelle mani non erano le sue, sentivo quel lieve tremore delle tue, quel palpito che respirava nella tua pelle e che mi permetteva di sentirne l’odore e mi conduceva dritta al tuo cervello. Era quel palpito, quel tremore, che mi investiva di eccitazione e dovevo correre sulle tue labbra carnose per sfamarmi, per placare la sete.

Come avrei fatto a sopportare tutto ciò se non mi fossi allontanata da te? Se non mi fossi preparata al tuo distacco? Non avrei sopravvissuto nello spirito, nel corpo sì. Mi sarei ammalata, mi sarei contagiata dell’HIV ed il mio spirito sarebbe morto con il tuo corpo. Ora è il contrario, il mio corpo sopravvive ed il mio spirito continua a vivere. Porta il nostro grande amore. Non so per quanto potrò farlo, non so fino a quando sceglierò di farlo e non so perchè lo farò. E’ una missione senza scopo. La mia vita vive di vita propria, ma io vivo e continuerò a vivere per Alessandro. Lui non è nostro figlio, è mio figlio, ma ha diritto ad avere una vita il piu’ normale possibile. Certamente dovrò fare di tutto affinchè la sua sia una vita colma di amore.

Amore mio adorato da quando ho deciso di trascrivere tutte le nostre lettere, sono entrata nuovamente dentro di noi. Il mio tempo sta diventando il tempo per capire ancora e ancora tutto quello che c’era da capire, tutte le sfumature, per vivere e assaporarle ancora ed ancora come se fossero state appena appena create. Ogni vocabolo da te scelto è per me una scelta preziosa che mi introduce dentro di te, nel tuo cervello, nel tuo corpo, nel tuo cuore. Penso che arriverò al giorno in cui saprò a memoria tutto quello che ci siamo scritti. Sarà un tempo meraviglioso, quello chè sarà un tempo nel quale ti avrò tutto per me e dentro di me. Saremo di nuovo quella perfezione, quell’uno che eravamo quando eri in vita.

Amore mio adorato, ti voglio, ti desidero, mi manchi da morire. Dove sei? Dove stai vagando? Perchè, improvvisamente, non sorgi dietro di me e mi baci sul collo, sussurrandomi lievi e dolci parole? So che puoi farlo. Perchè non lo fai? Perchè? Io stanotte ti aspetterò. Dolce amato amore mio. L’uomo piu’ grande e bello che abbia solcato i sentieri di questa terra.

-Amore-

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Di anse, insenature, precipizi, vortici nel vuoto

estesi ed infiniti deserti di un tempo immobile,

la vista di questo mondo ruba i palpiti dall’incessante cuore:

-Bum bum-risuona, mai esausto.

Sul limitar del labbro provare a riempire uno spazio vergine di parole

sul limitar del ciglio, nella curva dove esso scompare, inarcandosi di carne,

lacrime dense di grigio raccolgono il loro dolore:

cantano, in coro, le esistenze sfuggenti in sè alitate,

cantano del sè, della danza di vita che esse sospinge

ignare del gesto e delle forme che -compiute in  esse- saranno.

In una compatta unione che sa di eterno, in un attimo sospeso che sa di breve infinito battito del tempo.

A te ricorro così, sazia di estasi

pacati i fuochi della mia carne

brucianti sull’orlo della pelle

estesi fin nel basso ventre

in ogni dove tu, noi, Amore

riviva affamato quel che fummo, quel che siamo

quel che saremo sempre

fino a quando Morte, arresa,  ceduta, sfibrata, esausta, strisciante, in sè stessa si compirà.

-Mevlana Jalaluddin Rumi-

 

portrait

-Quando un uomo e una donna diventano uno-

Ho coperto i miei occhi
con la polvere della tristezza,
finché entrambi furono un mare colmo di perle.
Tutte le lacrime che noi creature versiamo per lui
non sono lacrime,come pensano molti, ma perle…..
Mi lamento dell’anima con l’anima,
ma non per lamentrmi: dico solo le cose come stanno.
Il cuore mi dice che è angosciato per lui
ma io non posso che ridere di questi torti immaginari.
Sii giusta, tu che sei la gloria del giusto.
Tu, anima, libera dal “noi” e dall'”io”,
spirito sottile in ogni uomo e donna.
Quando un uomo e una donna diventano uno,
quell’uno sei tu.
E quando quell’uno è cancellato, tu sei.
Dove sono questo “noi” e questo “io”?
A lato dell’amato.
Tu hai fatto questo “noi” e questo “io”
perché tu potessi giocare
al gioco del corteggiamento con te stesso,
affinché tutti i “tu” e gli “io” diventino un’anima sola
e infine anneghino nell’amato.
Tutto ciò è vero. Vieni!
Tu che sei la parola creatrice: Sii.
Tu, al di là di qualunque descrizione.
E’ possibile per l’occhio fisico vederti?
Può il pensiero comprendere il tuo riso o la tua pena?
Dimmi, è possibile vederti?
Soltanto di cose in prestito vive questo cuore.
Il giardino d’amore è infinitamente verde
e dà molti frutti oltre alla gioia e al dolore.
L’amore è al di là di entrambe le condizioni.
Senza primavera, senza autunno, è sempre nuovo.

-Eppure-

Eppure da tutto ciò vorrei poterne scardinare un’unghia di senso.

Da quegli occhi freddi ed opachi di vetro

auscultare un calore che sento,

“Ma non è vicino al vero”, mi dico.

Da quest’apparenza di eleganza e silenzi che avvolge le vostre vesti di ostentato e puzzolente olezzo su una scena nel mondo di parole borghesi-d’amore camuffate-

estirpare un posto per me,

“Ma è tutto così falso”, mi dico.

Dal continuare a resistere qui senza mondo né patria né cuore

un filo rosso poter, nella matassa, a me tirare.

 

“Un senso”, mi dico,” Un senso da sapere”

“Una vita da giocare”

E non, nel gelo, imperterrita continuare a marciare.

La vetta distante intravedo nell’andare

un tacere di domande mi si impone

chè il cammino, altresì, potrebbe sovraccaricare

ed esausto me abbandonare.

-Buongiorno amore mio-

Buongiorno amore mio
Dove sei stata
Stasera e un anno fa
E dove sono stato io
Buongiorno amore mio
Con una camicia colorata
O un maglione da sera
Sono sempre io
Ma non cercarmi mai
Lontano dai tuoi passi
Non ci vado mai
Perché tu hai letto le mie carte
Conosci la mia età
Tu sai che puoi incontrarmi
Dove e quando vuoi
Sui ponti sulle strade
O dentro l’ anima
Buongiorno amore mio
Senza madre né figli
Ma senza più catene
Sono ancora io
Buongiorno amore mio
Se tu ricordi bene
Fra gli uomini di ieri
Forse cero anch’io
O forse un po più in là
Nascosto sulla strada
O dentro l’ anima
Perché noi due guardiamo il fuoco
E amiamo gli alberi
Capire la tristezza non è facile
L abbraccio della notte e della luna
Può confonderci
Buongiorno amore mio
Buongiorno amore mio
Ricorda che i tuoi occhi
Li ho inventati io

Edoardo De Angelis

-Epilogo-

Su quella lunga via una ragazza rivedo nel fiore della vita
Un uomo dall’anima vigorosa incedere indomito e deciso
Un incontro al loro centro
E gioie, e dolori, e il tormento di una morte dietro l’angolo ad attenderli.

Li vedo cocciuti, nel loro amore piu’ grande proseguire
Nella stretta di mano segnare il senso annodato delle loro già piene esistenze.
Ed un senso che non c’è oltre quello
Oltre quel mistero svolto in un incontro di sguardi, di profili imponenti segnati nell’azzurro
Di labbra carnose da baciare lievemente e con intensa crescente passione
Di un incastro tra corpi la cui eccitazione diviene vuoto da riempire nel corpo di lei.

Li vedo saldi, in quell’amore formarsi, decidere di esserne rapiti, abbandonati
E vedo sfaldarsi i loro corpi, piano piano le loro esistenze svanire
Lasciare il posto ad un vuoto di ricordi tra lampi di un dolore strozzato
Troppo laceranti per potersi concedere ancora nello spazio di questo ristretto cielo terreno.

-Un figlio e me-

Vivere così, nella piega di un secondo che passa

e che- pure- eterno sembra il suo fermarsi.

In un lieve ritrarsi dal caos e passaggio che elettrizza,

ma confonde quanto già è e sarà sempre.

Identico a sè stesso eppur ancora sempre sfuggente.

Un identico dalle forme svariate, ma dal suono costante di  pace armoniosa

non persa nel turbamento di domande insensate di un senso che già è.

Così come quando a me accanto cammini

piccolo, tenero e scattante

con le domande di senso appena appena accennate,

pudiche nel loro uscire,

frementi sul labbro da dire.

Perso il mio cervello in inquietudine da affogare

contenuto a stento nel mio corpo che scolpito vuole essere di un amore accogliente per te.

Così la domanda sul mio incedere ed essere in questo mondo incontra le tue parole

di figurine da comprare, di amici da incontrare, di qualcosa da fare in questa vita piena da vivere.

Mi guardo e mi chiedo quale aderenza ciò che è dentro me ha con quanto emerge.

Coglierà il mio tremore?

La condanna del mio essere un nulla?

Della mia impossibilità nell’identificarmi con qualsiasi cosa?

“Maledetti i colpi di pistola ed i padri suicidi”-scriveva.

Maledetto questo movimento che oltre me, otre te-che non ci sei piu’- oltre noi si è voluto imporre ancora.

Oltre la mia volontà, il mio sentire intimo della mia assurdità.

-La misura delle cose-

Nei metri di misura di un piatto dall’altro

di centimetri tra una posata e quella al suo fianco:

la misura data al sociale di quanto entro il Sè sommuove.

Nell’assenza totale di un misuratore codificabile:

la libertà di un sè imprigionato nelle grinfie della sua solitudine.

Cosicchè gli inalberamenti delle tempeste che in Sè agitano,

nell’impossibilità di una ricomposizione che le concilii,

fuori la psiche schizzano.

Talentuoso colui che-eroe impazzito-puo’ risospingerle entro.

-Eppure-

Dicevo: tempo passa.

Il tuo volto di carne sguarnito non posso piu’ vederlo a me dinanzi

La tua risata, sonora e vibrante, non percuote e ripercorre i canali del mio condotto uditivo

Le tue mani, nodose, compatte e affilate, non segnano piu’ la mia, di persona in questo mondo

Il tuo corpo, scattante nel disegno, ma centrato nella postura, ha interrotto,

nel mio cervello, i lunghi viaggi che lo abitavano.

Eppure:

eppure il suono improvviso dei motorini irrompe identico in questo spazio;

sui binari striduli il tram segna ancora la sua presenza, sempre uguale;

l’aria rarefatta e tersa di questa eterna primavera napoletana

invade come ieri le mie narici di fresca vita, di nuove aspettative da assaporare,

eppure:

eppure io ancora qui a sentire il noi delle tue delicatezze, dei tuoi

rigorosi silenzi, parche parole ed infiniti ricordi.

Ancora qui io a segnare di questo tempo la nostra significanza,

unico segno e sapore di un senso pieno

lungo i nostri passi paralleli.

Ad interromperne la linea, unicamente, le nostre mani incrociate, nel suo mezzo,

salde a congiungerlo.

-Bugia-

Tempo è passato, cose, sensazioni sono passate.
Eppure al centro torna sempre il sè
spesso perso.
La scienza ufficiale dice che il ricordo è inganno
che la costruzione del sè prevede la bugia.
Io dico che quanto rimane di saldo nel cuore
che batte ora ancora come allora
di dolore o di gioia è la tua verità.

-Di te, di me-

Di te,
di te quel che mi han colpito sono gli occhi
olivastri intensi
scatti inquieti di bimbo di strada
di labbra serrate piano
da carnoso segno di rosa disegnate su viso asciutto
di una dolcezza leggermente aspra
di gelso appena colto e succo violaceo ai bordi delle labbra
di sapore di terra fresca tra le mani

Trasfiguro il mio viso di donna in te
quella morbidezza apparente alla vista di tutti così invadenti
in un’anima scavata di un asciutto sempre piu’ inseguito

Inquietamente le mie domande
rincorrono percorsi già solcati e mai esauriti
in un anelito di totalità
che solo alla morte si approssima

In incognito dentro te percorro quelle strade di viottolo appartati
lì dove la luce giunge improvvisa ad abbagliare l’iride
un umido di strade -respingente- a sè mi attira

Trovo senza cercare
mi avvio senza volere
nulla
se non un anelito di libertà dal quale a piene mani bere.

-Che, o-

Alla snervante attesa
Di un palpito di cuore
Che il mio facesse risuonare
Rimbalzi di eco fluttuanti in tra solchi di valli baciate
Che risolversi poi potesse nuovamente
In un buio nero come la pece
Che il mio profondo suono facesse risuonare
Attaccaticcio di una seconda pelle chiamata solitudine,

L’immobilità prescelgo e incorono
Di un’attesa inaspettata di un suono casuale
Che sorgesse come lo stridulo allarme
Di una ambulanza in tra i viali delle mie strade
Un lampeggiare di intermittenze luminose
o
Un caldo focolare che da dentro a me ammicca
Forse come irridente.

-Natale-

Tutt’ intorno scintille accecanti di estasi
a vivacizzare un che di vuoto.

Sui marciapiedi corrono in avanti e in indietro,
come cellule impazzite
-schegge in un incerto costante
divenuto tacito controllo-
alla ricerca di qualcosa che pur dev’esserci.

Spenta la gioia di un mistero in un avvento da venire.
Le lucine intermittenti su babbo natale
trasmutate in frenesia costante, continua.
L’uomo vestito di rosso,
con un passato da vivere di speranze e di rivoluzione,
di conquiste indiscusse,
in un market dalle luci ingombranti
ha volatizzato la sua presenza di carne e di sorrisi.

Compulsivi corrono, sfugge il bisogno di sé, del noi,
del vasto che restituisce presenze e senso
ad un’esistenza ormai consunta di recipienti usa e getta.

-Oltre il te-

Il tempo percorre leggero
Queste vene del mio corpo
Corpose ne solcano i sentieri
Ne scandiscono la temperatura varia
Ne battono il ritmo silente della vita in sè
Dalla periferia al centro
Dal centro alle periferie
Quasi invisibile
Quasi silenzioso
Come rugiada che posa gentile
Sulla carne del tuo petalo
Anemone prezioso e fragile
Fiore del vento
Che nel tempo te fluttui
Immemore di un giorno futuro
Che te non vedrà piu’.

In un’amnesia di uno strozzato palpito
Di un immoto fluire
In un futuro che forse sarà
Se certo
Oltre il te

-Noi-

Me specchio nei tuoi occhi.
Trasfiguro in te la granitica roccia
del mio essere -imperfetto, muto, impotente,
in questo stadio dell’esistenza,
dove essa è Contingenza-.

Me sublimi in te, di mani declinate,
nel gesto di versare in ampolle di vetro
-terse, cristalline- un dolce nettare,
lì dove la realtà si muta in sogno,
in luoghi segreti e incantati
dai nostri perfetti, estatici silenzi.

-Disperdere-

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Disperdo -entro un sentire di lame affilate-
un dolore che non so piu’ se mio.
Un senso di abbandono
mi perfora gli organi.
Un urlo perso nell’oscurità di una solitudine profonda,
inaccessibile, torna da un tempo antico, andato.
Mi ricorda di una bambina sola ed infelice
che giocava con le favole
entro pagine decorate da sogni accessibili.
Un bosco, un cappello rosso, un lupo al ciglio di un burrone scuro
entro il quale scivolare dolcemente
cullandosi nella certezza di un abisso nero, rassicurante.

In donna, un vuoto di risposte affolla la mia mente
del non poter porre alcuna domanda.

-L’ascolto-

L’amante dice all’amata che gli  manca sempre di piu’ e che entra sempre di piu’ nel suo cuore.

Il ‘sempre di piu’ ‘ mi stride; l’infinito, l’assoluto, l’eternità preparano le loro danze nel teatrino dinanzi alla vista. Luminose, profonde, calde, sicure accolgono l’anima tormentata e sofferente.

Il tempo mutevole di questo stare, qui, entro questo qui, stride. La stanchezza degli sguardi, la noia dei cuori, l’infedeltà delle inquiete menti preparano la coppa di fiele.

Si dice così: Sempre di piu’; si dice così: Mio amore; si dice così: Ti voglio.

E i passaggi in questo infinito andare verso un dove che non sappiamo, proseguono la loro corsa inquieta di domande incessanti e continue.

Un legame profondo dovrebbe unire due anime. Due: il numero perfetto al quale sempre si ricorre per sciogliere l’abisso della solitudine, della paura, dell’ incertezza. Un legame  profondo dovrebbe unire due cuori, due menti, due corpi, due fluidi mutevoli in corsa nel tempo verso l’eternità.

Eppure la domanda di inadeguatezza (mi) sorge spontanea, anche essa incessante ripercuote il suo suono nel  cervello. La paura di un attimo sospeso nel vuoto, nel quale il respiro viene a mancare e non c’è niente che si possa piu’ dare, dire.

L’inadeguatezza di chi si chiede se mai potrà modellarsi nell’ampolla di un senso di calore, di pace, di tenerezza infinita:  ferma, centrata, immobile, stabile.

Con un occhio proteso verso l’infinito ed un cuore protetto in un caldo amore.

Ci si chiede e si protende l’orecchio in ascolto. In ascolto…

Perfect day

I passi lungo il marciapiede

allungano la mia ombra schiacciata,

sul suo limitare,  spezzata.

Questo è un perfetto giorno

-just a perfect day-

te che inondi dall’alto, di calore,

il mio cuore;

rivestito il mio corpo di esso.

Le tue labbra morbide scorrono sulla superficie che lo attende

in infinito andare.

Nella attesa di te che lì, dall’alto, mi osservi

ed io te rincorro, piano te osservo.

Di te e del tuo amore, inebriandomi, me perdo.

Me ritrovo, sempre.

Te amo.

-Cose che dimentico-

C’é un amore nella sabbia
un amore che vorrei
un amore che non cerco
perché poi lo perderei

C’e un amore alla finestra
tra le stelle e il marciapiede
non é in cerca di promesse
e ti da quello che chiede

Cose che dimentico
cose che dimentico
sono cose che dimentico

C’e un amore che si incendia
quando appena lo conosci
un’ identica fortuna
da gridare a due voci

C’e un termometro dei cuore
che non rispettiamo mai
un avviso di dolore
un sentiero in mezzo ai guai

Cose che dimentico
sono cose che dimentico

Qui nel reparto intoccabili
dove la vita ci sembra enorme
perché non cerca più e non chiede
perché non crede più e non dorme

Qui nel girone invisibili
per un capriccio del cielo
viviamo come destini
e tutti ne sentiamo il gelo
il gelo
e tutti ne sentiamo il gelo

C’e un amore che ci stringe
e quando stringe ci fa male
un amore avanti e indietro
da una bolgia di ospedale

Un amore che mi ha chiesto
un dolore uguale al mio
a un amore così intero
non vorrei mai dire addio

Cose che dimentico
sono cose che dimentico

Qui nel reparto intoccabili
dove la vita ci sembra enorme
perché non cerca più e non chiede
perché non crede più e non dorme
non dorme

Qui nel girone invisibili
per un capriccio dei cielo
viviamo come destini
e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo

Viviamo come destini
e tutti ne sentiamo il gelo, il gelo

Sono cose che dimentico
sono cose che dimentico
cose che dimentico
sono cose che dimentico.

Malgrado gli amorevoli occhi

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Per i bambini gli oggetti non sono solo cose, prodotti che consumano il loro essere nel ciclo intrinseco di produci-consuma-getta, bensì cose dotate di un’anima. Ognuna di esse un sogno gettato sul proprio divenire un qualcuno, un qualcuno che non si sa ancora chi sarà. Un dramma vissuto da mane a sera senza che la speranza di poterlo risolvere accompagni il suo sciogliersi, unico lenitivo alla disperazione, l’abbandono al tempo che a loro tutto permette di dimenticare.
Forse era così, per te,  quella bicicletta di cui tanto mi parlavi, quel giorno della befana  arrivò improvviso a inondarti di stupore e meraviglia, ti rivedo nella luce soffusa del giorno, in quei lontani anni ’60, in una foto sbiadita che il tempo non manca di riconsegnare ogni giorno alla mia memoria. Era, per te,  quella bicicletta un sogno che occupava le tue notti di bimbo sveglio, testardo, capriccioso e sognante. Ogni capriccio, un riccio che la tua mamma ti permetteva, morbidamente spazzolandolo.
Forse immaginavi di poter essere un corridore, che nei giornali della tua esistenza il tuo nome spiccasse per grandezza, per doti non comuni o forse sognavi di poter correre libero per i vicoli del tuo quartiere, sospinto dalla tua forza e sferzato dalle folate invisibili del vento.
Ti vedevi, solo e libero, correre nella grandezza dei tuoi sogni immensi in quell’amore di donna che sempre ti accompagnava e proteggeva…
Poi quella bicicletta ti fu sottratta! I soldi mancavano ed era un lusso che non si poteva permettere, ma la tua mente di bimbo pensò: “Un inganno!”! Un dispetto compiuto appositamente perché tu ne sentissi il peso, eri stato colpevole di qualcosa, avevi mancato e non lo sapevi? Una violenza improvvisa si impossessò di te, come un demone che si svegli di colpo , bruscamente, e decida di voler dimorare entro te.
Quella sensazione non ti ha, poi, mai piu’ abbandonato. Ti coglieva improvviso e ti sentivi posseduto da lui, a niente poteva valere il mio sguardo, i miei occhi, la mia bocca supplichevole, dovevi agire ed io lo sapevo. Ti lasciavo fare, libero di compiere il tuo destino tragico perché neanche al mio amore era dato di poterti risolvere a mio piacimento.
Pensasti, anche quel lontano giorno,  che i tuoi appositamente  non volessero farti inebriare la  gola di quel succo frizzante e scuro che tanto desideravi, quella coca cola che ti rubasti e che ti portò diritto all’ospedale, anche allora pensasti che fosse stato un dispetto, che l’avevano nascosta per non fartela assaporare e, quasi come destino precoce, attaccato addosso,  marchio infame e scomodo del quale non ti saresti piu’ liberato, il demone nella tua mente ti fece agire d’impulso, lui che non ti voleva vedere correre nel mondo fiero, libero, audace e forte. Quella bottiglia di coca cola era, in realtà, solo un contenitore scelto a caso per riporvi della candeggina e tu eri solo in casa, avevi aspettato che tutti uscissero per potertene appropriare,  non riuscivi proprio ad immaginare il motivo per il quale volessero privartene ed allora agisti con tutto l’impeto che ti contraddistingueva.
Una coca cola, una bicicletta. Storia semplice, due indizi per un unico destino, forte, segnato.
Così io e i passi sempre uguali del mio cammino, sempre gli stessi, identici, una strada che percorro ogni giorno abbandonata in un unico grande sogno da scoprire volta per volta, una strada identica che percorro ad un metro da terra con gli occhi rivolti sempre un po’ piu’ su, nel sogno persi.
Pensando di poter essere qualcuno, qualcosa, perdiamo sempre il sogno che ci chiama, ci sospinge in alto, in una direzione sconosciuta, non permessa, inafferrabile, ed ogni giorno una nuova luce ad accoglierci, un nuovo destino da risolvere, da rispolverare.
Nella mia storia un segno diverso , un’incisione fortuita di maggiore tempo a disposizione, un noi da sognare e da realizzare senza che il noi della nostra carne possa abitare ancora i nostri spazi e cingere i nostri fianchi.
Un nuovo compleanno, un giorno qualunque in un 2014 che segna i dieci anni della tua dipartita.
Un biglietto sempre identico che recita la nenia di sempre, la nostra, la tua:
“Che tu possa essere sempre felice e serena, ti adoro, tuo Lucio”.
Ed un passante all’angolo che mi taglia la strada, un venditore seduto sul gradino nel suo giorno immenso di attesa e sogno, un lavatore di vetri con il suo secchio colmo di acqua pulita e cristallina, che corre deciso nel suo destino sempre identico di strada, di occhi da cogliere al volo, di spinte e mani respingenti, di finestrini chiusi. E lui ricomincia momento dopo momento imperterrito la sua disperazione di sogno, miseria e vita.

-Sule nu pensiero-

 

E mo sulo me sento gia’
si’ vulata dint’a ‘stu cielo
e ‘sta luna chiena
nun ca’ fatta te fermà
si’ fernota proprio accussì
comme ‘o viento accarezza ‘a terra
e’ ‘mpruvvisamente luntano se ne va’

Se ne va’ addo’ si gghiuta tu
e mo ‘a notte nun passe maje cchiu
mancarrà comme me manche tu
quanno areto ‘a porta nun te trove cchiu

E mo si sulo nu penziero ca nun me fa’ cchiu penzà
tutt’ ‘e mumente pare ancora ca staie cca’
cu chella faccia ca m’aveva perdunà
tutte buscie ca nun sapevo raccuntà

E mo si’ sulo nu penziero
si’ na voglia ‘e cammenà
‘mmieze ricorde cu ‘a paura ‘e me fermà
‘o nomme tuoje pe’ ‘ncoppe ‘e mmure da città
nemmeno ‘o tiempo ca è passato l’ha potuto cancellà

Vivere, muri pe vivere,
dinta ‘sta vita ca me dato tu
vivere, comme e’ difficile
quanno ‘o core nun ce crede cchiu

E mo si sulo nu penziero ca nun me fa’ cchiu penzà
tutt’ ‘e mumente pare ancora ca staie cca’
cu chella faccia ca m’aveva perdunà
tutte buscie ca nun sapevo raccuntà

E mo si’ sulo nu penziero
si’ na voglia ‘e cammenà
‘mmieze ricorde cu ‘a paura ‘e me fermà
‘o nomme tuoje pe’ ‘ncoppe ‘e mmure d
a città
nemmeno ‘o tiempo ca è passato l’ha potuto cancellà

Vivere, muri pe vivere,
dinta ‘sta vita ca me dato tu
vivere, comme e’ difficile
quanno ‘o core nun ce crede cchiu

E mo sulo me sento gia’
si’ vulata dint’a ‘stu cielo
e ‘sta luna chiena
nun ca’ fatta te fermà

-Uno in due-

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Mi riempio di Te.
Le mie mani compiono le tue antiche movenze,
il mio corpo si espande del tuo.
Due in uno.

Come un piacere fisico
vibri ogni mia particella,
non esausto, baci, in sogno, le mie labbra
ed io, nel mondo, ne sono avulsa.
Parte, non parte di esso.

Allora mi sospingi a te in un caldo abbraccio,
mi chiami.
Il vento, in alto, nelle nuvole che compongono il cielo,
mi sussurra, mi attira a sé.

La dimenticanza di te, tu, non puoi volere.
Pretendi tutto, pretendo tutto e solo te voglio.

-Qualche scarna riga-

Quando avevo 7 anni guardavo il mondo con terrore e piangevo l’angoscia del sentire di non poter essere a casa. Mi chiedevo perché dovesse esistere la cattiveria che intorno a me incombeva. Mi sorprendevo ad ascoltare i miei singhiozzi e sentivo, onnicomprensiva, la solitudine nella quale ero immersa. Avvolta in profondità in essa, avviluppata.
Mi giravo e rigiravo, ma nulla di umano appariva al mio sguardo.
A 9, 10 anni cominciai a conoscere l’amicizia. Lei era una bimba tonda, come me, ed era solare, passavamo i nostri pomeriggi, le serate e le nottate (quando cominciai ad andare a dormire da lei) a parlare continuamente, a ridere, a compulsare foto in libri sugli animali, a leggere di loro; ci accomunava questo amore per questi altri esseri viventi il nostro pianeta.
Sentivamo, in questo, di riscattare la nostra umanità e sognavamo di diventare delle persone migliori di quante incontravamo sul nostro cammino.
Poi conobbi un’altra amica e cominciarono a nascere le prime gelosie tra di loro. Mi sorpresi nello scoprire di essere io il pomo della discordia, mi sorpresi nel constatare che la mia amicizia fosse desiderata da qualcuno!
Poi i primi amori, tutti delusi, ma, a dire il vero, quelli erano cominciati già da tempo.
Poi entrò nel mio cuore e nella mia vita un’altra amica ancora e con lei fu subito un grande coinvolgimento.
Lei era di una famiglia molto meno benestante della mia, una famiglia numerosa. Suo padre e sua madre si adoravano ed abitavano in una casa piccolissima, tanto che ogni sera, in una stanza, si dovevano aprire i letti per tutte e quattro le sorelle. Era adrenalina pura. Io e lei eravamo molto diverse, ma ci adoravamo. Io dormivo tantissime sere a casa sua, tanto che mia madre cominciò ad innervosirsi per questo ed a colpevolizzarmi e, ogni volta, mi sembrava di infliggerle un torto.
Dopo arrivò il primo Amore, quello con la A maiuscola, un grande stronzo che fu di una cattiveria disarmante e che, a pensarci ancora ora, mi si accappona la pelle.
In tutto ciò i periodi in cui mi sono sentita socialmente adattata sono stati brevissimi e mi coglievano sempre con immenso stupore ed incredulità.
Quello che sempre mi procurava tale sentimento era il constatare quanto le persone mi desiderassero e, devo dire la verità (con ancora tanto imbarazzo) questo avveniva non solo spesso, ma anche in modo abbastanza intenso!
Il mio senso di disadattamento, tuttavia, non si placava.
Le amicizie femminili cominciarono a dileguarsi, almeno quelle legate alla preadolescenza.
Poi arrivò l’inferno e non esagero ad appellarlo così! Oltre agli enormi problemi familiari, che cominciarono a divorare quella lieve sensazione di quiete che avrei potuto nutrire, un difetto fisico cominciò ad insediarsi nel mio corpo. Così divenni lo zimbello del mondo nel quale abitavo. Non potevo mettere piede fuori l’uscio di casa che sentivo i commenti frizzanti e i continui sguardi su di me! Per non parlare dei bulli che si divertivano ad accogliermi in classe con epiteti ridicoli e che, addirittura, mi rincorrevano per i corridoi di quella orribile scuola.
La mia rabbia e il mio disadattamento cominciarono a crescere sempre di piu’, fino quasi a divorarmi. Nonostante cio’ non mancavano gli affetti sinceri, in particolar modo di una ragazza che divenne la mia migliore amica, ma non mi bastava.
Strato dopo strato si accumulava in me una rabbia densa, tanto piu’ densa, quanto piu’ forte diventava il mio isolamento.
Mi opponevo al mondo con forza e con violenza, una violenza che esercitavo sempre e solo su di me, divenendo anche vittima di altre violenze.
Il buio cresceva, ma non mancavano sprazzi di luce; in particolar modo l’incontro con un professore fu fulminante, era un grande uomo e seppe farmi sentire amata, senza mielosità e false licenze, senza scorciatoie e facili vie. Semplicemente ci parlava della realtà in cui eravamo immersi, ci apriva gli occhi momento dopo momento. Era un grande artista e un grande uomo. Scelse cinque o sei di noi, anzi noi scegliemmo lui. Lui parlava con tutti, ma pochi di noi lo adoravamo e ci nutrivamo delle sue parole come linfa vitale. Mi chiamava ‘a piccerella’.
Fu un periodo buio, di grandi violenze e dolori. Un periodo buio dal quale pensavo che non sarei mai uscita. Un buio che corrispondeva al buio della mente.
Poi mi liberai! Avevo 17 anni e un Amore riuscì a farmi toccare la luce, a farmi vedere che, oltre l’inferno, c’era altro; si rinsaldò l’amicizia con una grande persona che, ancora oggi, considero come il mio piu’ grande amico; conobbi una persona meravigliosa, un contadino e, nel suo mondo, vissi uno dei tre periodi piu’ belli della mia vita, infatti, se dovessi immaginare le fattezze del paradiso, non potrei non ricorrere ad immagini passate in sua compagnia, nella sua terra.
Pensavo che avrei dovuto stabilirmi là, lasciare tutto, ma non ne ebbi il coraggio. Avevo appena 17 anni.
Durò poco. Dopo un anno circa si scatenò di nuovo l’infermo, che, in verità, non si era mai placato del tutto, né nella mia mente, né nella mia realtà.
Ci fu un altro grande amore, una grande delusione umana.
Altro dolore, altri dolori, altri tormenti.
Si interruppe, forzatamente, anche l’amicizia con il contadino.
Attraversavo il buio della mente e spesso immaginavo di farla finita.
Passava il tempo, sempre peggio, sempre con piu’ difficoltà.
Le situazioni peggioravano, tutto attorno a me sembrava crollare. Fu in quel periodo che sentii di dover scegliere, sentii di essere al bivio. O il buio, o la luce. Quale delle due strade intraprendere? Non potevo stare nel mezzo, non mi sarei rassegnata a quel tiepido stare nei tormenti.
Provai ad assaggiare entrambe le opportunità.
Poi venne lui e non ebbi tanto da scegliere. Lì fu il mio grande amore. Con lui conobbi la gioia, l’abbandono, la vita. Ma non poteva durare, entrambi lo sapevamo. Il tempo non era dalla nostra parte, alla fine della strada aspettava arcigna la morte.
Ma passavano i mesi ed io me li presi tutti. Intensamente, del tutto!
Poi i tormenti, i tentativi di salvarsi, i distacchi, il mondo contro e la morte che appariva sempre piu’ spaventosa.
Successivamente, dopo, molto dopo, durante la mia ricostruzione mi dicevano che dovevo cominciare a volermi bene, a guardare positivamente alla vita, che dovevo adattarmi al mondo, che , in pratica, avrei dovuto cominciare a fare quanto mai avevo voluto: adattarmi socialmente.
Non sapevo cosa fosse giusto, non credevo alle lusinghe, ma non potevo neanche credere in me, dopo tutti i macelli che avevo combinato.
Ero terrorizzata! Se avessi fatto un passo falso tutto sarebbe finito e, a quel punto, non avrei avuto altro da scegliere e ciò avrebbe corrisposto ad una rinuncia alla vita.
Non potevo. Provai a stare nel mezzo, a non fidarmi ciecamente di me e neanche di loro; infatti non fui, da loro, stimata.
Continuai a vivacchiare nell’attesa di capire cosa sarebbe successo. Nel bel mezzo di tutto ciò, successe.
Mi prese così, alla sprovvista. Una telefonata stridula che mi annunciava la sua morte. Non parlai piu’, non salutai l’interlocutore che si chiamava Patrizio. Attaccai, uscii dal bagno e mi dissi che non avrei dovuto pensarci altrimenti sarei impazzita.
Passò il tempo, i mesi e venne mio figlio. Uno splendore. Questo è stato il terzo momento piu’ bello della mia vita. Le mie giornate erano scandite dall’amore per lui.
Fuori, nel mondo, andavo bene, pur sentendomi sempre asociale, ma me ne fottevo.
Cominciai ad avere dei riscontri, a saggiarmi. Ero una mamma discreta, innamoratissima di suo figlio.
Le difficoltà non mancarono, ma gestivo il tutto.
Poi conobbi un uomo. Una persona pessima che somigliava tantissimo al mio amore morto. Passò il tempo. Poi arrivò il tempo della consapevolezza, del tormento e del lutto.
Inizialmente sentivo di non poterlo contenere. Quando mi prese, il pianto non si fermava piu’ e sembrava strozzarmi. Fu lì che la mia mente cominciò a capire che dovevo distillarlo piano piano. Altrimenti non avrei retto.
Cominciai a vivere con la sua morte. In questo tempo ho conosciuto tanta gente e capito poche cose importanti, tra queste ho capito che il mio disadattamento non solo non sarebbe mai guarito, ma che, forse, è stato l’unico segnale sano che ho potuto percepire e ricevere da questo schifoso mondo umano.
Tutti coloro che mi spingevano ad adattarmi si sono rivelati dei grandi ipocriti e conformisti e la gente migliore che ho conosciuto è stata quella ai margini, quella che ha osato sprofondare nell’abisso del dolore, nel dolore non scelto, ma donato a piene mani da questa società disumana.
Amici, sono sempre gli stessi, quelli antichi.
Sono arrivata in poche righe ai miei 40 anni, ci sono arrivata tornando al punto di partenza:
Quando avevo sette anni sentivo di essere una disadattata. Poche righe scarne che non dicono niente del mio inferno.
Oggi, invece, io dico:
Ho 40 anni e sento di essere una disadattata e questa condizione umana è forse quella piu’ autentica e tutti gli sforzi fatti nella mia vita per oppormi ad essa non solo sono stati vani, ma, addirittura, profondamente errati.
Ho incontrato gente che ha voluto dirmi cosa è giusto e cosa è ingiusto. Gente che ti guarda e, con un solo sguardo, vuole divorare la tua essenza. Gente che ha provato a demolirmi in tutti i modi. Sono sempre arrossita di vergogna! Non per me, ma per loro, per la condizione umana ed esistenziale che incarnano
Ancora oggi ne incontro.
E mentre incontro loro, non sento piu’ me stessa come quella sbagliata.
Oltre alle poche cose che so e che ho capito, so che la vita mi ha dato e poi mi ha tolto la cosa piu’ bella nella quale si possa inciampare: l’Amore, ma guardando ieri sera il film The normal heart e, soprattutto, immedesimandomi con l’attore, nella scena finale, ho capito che, rispetto a tanta gente, posso ritenermi non solo fortunata, ma addirittura prossima ad uno stato di grazia! Perché io ho vissuto l’Amore, e potrà succedere ancora tanto ed ancora tutto, ma nessuno potrà estirpare da dentro di me Lui, il mio Lucio.

-Commiato-

In quel preciso momento fatato mutò la mia vita. Non la sua direzione, che mai una mi sembrò piu’ naturale di quella. Fatato fa assonanza con fatale. Eri lì, sul ciglio di quella strada perso nel tuo mondo, ebbro di estasi e di piacere. In su quel ciglio sembravi aspettare me, sembravi…che forse e poi…

Che forse e poi io non posso essere quella che non sono.  E negare non penso sia mai servito ad essere umano per la vitalità, per la sopravvivenza sì, ma io non sono una di quelle persone che si accontentano di quel che casualmente la vita propone. La vita deve essere la mia vita. Non altro.

Eri così leggermente piegato in posizione eretta, stabile sul bacino, come ad aspettare di intercettare un giusto segnale dal cielo. Gli occhi socchiusi su un infinito che era solo tuo. Aspettavo che li aprissi per scorgere di dentro se potevo trovare un posticino per me. Avevo già deciso. Terrorizzata da quella malia nella quale già stavo affondando. Attesi che ti inebriassi fino in fondo del tuo momento, di quella folata di vento che ti aveva rapito al mondo. Attesi e ci parlammo. Lì fu la svolta, mi chiesi se non avessi paura e cosa mai dovessi fare per questa paura.  Ma cosa mai avrebbe potuto fare una come me? Una struttura emotiva e mentale come la mia? Cosa, se non tuffarmi in quell’abbandono?

Lo sapevo e quello che piu’ spaventa è che non potetti fare a meno di essere quello che ero.

Forse nella mia vita solo con te sono stata quello che veramente sono. Solo con te compiutamente felice, e non si puo’ tornare indietro, ed io sapevo tutto.

Da quel momento nel quale la pronuncia del tuo nome visse e  si formalizzò in quel “Finale”. Mi sembrò un sinistro presagio  e mi dissi che forse sarei dovuta fuggire, che quel finale alludeva a strani presentimenti e così fu ed è così  ancora oggi.

Se un mese dopo circa tu non mi avessi lasciata  trasportare in quel modo così brutale da mio padre, se tu mi avessi tenuta con te, oggi non sarei qui, ed in quel modo io avrei voluto che andasse. Ti pregai , ma tu preferisti consegnarmi alla vita. Il perchè non lo so e forse anche tu non potevi essere altro che quel che eri. Così il cerchio cominciò a stringersi su di noi e così il conto alla rovescia. Di quelli che non ti danno tregua e che sembrano stringerti la testa in una morsa di acciaio tanto da far desiderare la morte.

Così non fu per me e continuai a vivere e continuo a sopravvivere ancora ora.

In su quel ciglio di strada ti sorpresi, ti rivolsi la parola e in quell’ appuntamento serale si risolse il nostro destino.

Arrivasti tardi al Modernissimo, io ti aspettai con un’amica, forse Elena, non so. Quando ti vidi arrivare trafelato capii che non saremmo entrati nel cinema, mi dicesti che non potevi, che dovevi provvedere, mi parasti dinanzi la tua fisicitià, quel corpo che già desideravo in un modo spropositato e che a pensarci ora eccitazione mi pervade.  Lì dinanzi a me ti fermasti e  dritto negli occhi ci guardammo. Entrasti in me in modo definitivo. Parlammo della roba, della rota e cominciammo a dirigerci a passo veloce dallo spacciatore in via Rossaroll. Ricordo tutto di quella strada. Te dinanzi a me che,  a passo svelto,  mi precedevi e la tua mano che si allungò verso il mio corpo e mi prese la mia nella sua. La tua mano forte e calda. Mi dissi che mai avrei potuto farne piu’ a meno. Sono folle ancora ora, so’ che non posso continuare così a parlare di te perché il dolore è troppo forte, ma cosa fare? Rimuovere? Vorrei solo morire, non mi sembra d’altra parte di avere altre possibilità, ma poi penso ad Ale,  mio figlio, e so che devo continuare ancora un po’, almeno fino a quando lui non sarà grande ed autonomo,  poi potrò sparire.

Così prendesti la mia mano nella tua e non mi lasciasti piu’,  arrivammo dallo spacciatore costeggiando il vicolo della tua casa. Vicolo che si impresse nella mia mente come un chiodo. Facesti un tentativo suonando un citofono, ti andò male,  allora proseguimmo su per una salita. Mi lasciasti un attimo, con un po’ di preoccupazione  e tornasti dopo pochissimo.

Non ricordo dove consumammo, forse a casa tua. Se mi fermo a pensarci tutti i momenti si presentano chiari  alla mia memoria come se fossero stati vissuti ieri. Era settembre del 1996. Tu preparasti con una carta telefonica una striscia  e con un soldo arrotolato sentii il sapore scendere nella mia gola, quell’amaro dolce che non dimenticherò piu’.

Non ricordo di quanto fu precedente  la prima volta che senti te dentro di me, ricordo che in macchina in via Foria una sera mi chinai su di te e ti slacciai i  pantaloni e sentii il tuo piacere e il tuo profumo nella mia bocca. Eri vestito di nero con un lupetto e un jeans.  Quella sera, invece, quella in cui consumammo la roba ricordo che tutto si ampliò a me dinanzi, ma soprattutto ricordo una cosa. Sopra tutto il senso di dolcezza che si impossessò del mio cuore, lo sentii sciogliersi e capii che ero pronta per lasciarmi andare finalmente all’amore.

Quando miei passati uomini  seppero e videro del nostro amore mi dissero : hai trovato finalmente chi ti farà fermare, erano dispiaciuti che proprio con te io avessi fato questa scoperta, ma loro che mi conoscevano sapevano che era la verità, lo vedevano.

Quante notti, quante sere nella tua casa, felici. Non ricordo il giorno del primo buco e non ricordo neanche la sensazione, anzi se mi ci soffermo la ricordo, La roba non salì piano piano al cervello,  ma tutta di un botto e il calore mi pervase improvvisamente: fu qualcosa di grandioso e di inenarrabile.

Le nostre notti d’amore sul tuo divano-letto  hanno un che di magico, io ero una pallina che si raggomitolava nelle tue braccia e che si trasformava, poi,  in tigre per donarti il piacere che desideravi. Ci legavamo ogni tanto ed io facevo in modo che il tuo desiderio salisse fino alle stelle per poi farlo scendere  tutto di un colpo e pregustavo nella mia mente il momento nel quale sarebbe toccato a me. La prima  notte di capodanno passata insieme non la dimenticherò piu’. Facemmo l’amore dalle 22 e allo scoccare della mezzanotte il nostro orgasmo arrivò simultaneamente. Solo a pensarci mi salgono i brividi da dietro la schiena.

E ti desidero e tu non ci sei ed io no so come mai potrò continuare così, senza di te.

Per Lucio da Valeria

-16 aprile 2014-

-Non piu’ disattesa-

Denso nel mio cuore l’amore,
denso nel mio cuore il rifiuto.

La vita, distante da me,
compone e scompone i suoi pezzi.
Come un puzzler prezioso
la guardo da fuori, impermeabile.
Ne sento gli odori -non piu’ viscerali-
ne guardo le scene, da fuori, scostante.

Sospendo le ansie, le gioie gli amori,
le lacrime diamantine.
Come sospesa resto
In questa non-attesa,
non piu’ disattesa.
V.

-21 luglio 2011-

-Odio chi-

Odio gli indifferenti, gli egoisti.
Quelli che ‘esistono solo loro’ e devono salvaguardare il proprio culo per non farsi troppo male (hanno forse paura delle cicatrici).
Odio i buddhisti, con o senza la h, quelli che ‘basta volere una cosa per ottenerla’ e che ‘devi pensare positivo’.
Odio i manipolatori, quelli che credono di esser nati per deviare i destini altrui e che si impegnano affinchè tu possa intraprendere la strada da loro scelta al prezzo di menzogne e di realtà inventate all’uopo.
Odio chi si riempie la bocca di grandi proclami e poi, appena ne ha la possibilità, non perde l’occasione per schiacciarti come una formica.
Odio chi si iberna per non avvertire le sensazioni che il corpo reclama.
Odio chi ritiene di essere superiore sulla base di un obiettivo raggiunto che, in genere, viene simboleggiato da una laurea o da un buon matrimonio o da una buona professione.
Odio chi ritiene di poter giudicare ‘perché chi è causa del suo mal pianga sé stesso’.
Odio chi affida i propri figli a cialtroni e conformisti di ogni sorta e poi vive l’opportunistico terrore che possano essere deviati, nella loro ‘formazione’, da chi vive un’esistenza scandita dal cuore e non dal calcolo, con tutti i rischi infettivi che essa puo’ comportare.
Odio chi (i propri figli) li deve tutelare ad ogni costo tranne, poi, lasciarli nelle grinfie di un compagno/a anaffettivo ed egoista.
Odio chi ricerca l’errore grammaticale per gridare al vento che sei un’ignorante.
Odio chi ritiene di essere superiore perché non si è concesso.
Odio chi ritiene di avere un gran cuore e poi sceglie, per compagno/a di vita, una persona crudele, classista ed egocentrica.
Odio chi passa da modesto ed aspetta il tempo buono per piazzarsi nella tua vita.
Odio chi dice di volerti tanto bene, ma l’unica cosa a cui è interessato è: essere presente solo per ingrossare il proprio ego spropositato.
Odio chi sa sempre qual’è la cosa giusta da fare (per te), e poi annega in un mare di opportunismo che gli consuma le giornate in un non senso di disperazione.
Amo le persone semplici, quelle che hanno fiducia e ti guardano con un sorriso negli occhi, senza prima aver scandagliato le forme dell’abbigliamento, senza che ‘se fai questo o se fai quell’altro, sei uno buono, altrimenti passi dalla parte dell’umanità negletta’.
Amo chi si infuria perché ritiene di aver subito un’ingiustizia e piange disperato nel chiuso della propria stanza.
Amo chi ama oltre le parole, con i fatti, oltre tutto.
Odio me stessa perché odio.
Amerei me stessa se potessi essere superiore all’odio, se potessi comprendere, con il cuore, il mondo intero, il giusto e l’ingiusto, se potessi mostrare la mia fragilità senza aver paura di essere giudicata.
Amerei meglio me stessa se, con la forza del mio amore, potessi essere quella che sono senza paura e librare nell’aria come una leggera e spensierata farfalla, distante dalle inezie, dai piccoli pettegolezzi di bottega, dalle grandi scortesie degli uomini importanti, dalle donne altezzose tutte secche e fashion che ti guardano dall’alto in basso come un brutto anatroccolo piccolo e nero;distante da chi pretende il tuo amore e le tue attenzioni costi quel che costi e solo perché ha deciso di volerlo, da chi impone la sua presenza con lusinghe fatate dense di sensi di colpa da instillarti.
Amerei, odierei, amo, odio, voglio, non voglio, in un senso che non sembra piu’ esserci, in un affogare, sommersa da una valanga di terra nera, infertile che tutto sembra voler seppellire.

-Irriflesso-

Te.
Che in un gesto di pudica meraviglia
hai trovato la parte di Me folle
quella appena appena accennata
quella celata.

Quel Me piu’ vero di ogni scorza che lo costituisce e alle quali sfugge:
nello specchio, così, non Me ritrovo.

Dissolversi, si dovrebbero, alla vista mia, tutte le scorze,
ma resistono, ancora ancorate, al Me.

Quel che, invece, ho voluto, non era dicibile.
Lo ritrovo in due diversi che un tempo si trovarono.

Lì si mostrava entro la sottile ragnatela
tessuta dal mio pensare, scavare, indomito desiderare
che in quel gesto irriflesso insieme ritrovammo.

Tu il tuo Te, Io il mio Me.

14 febbraio 2014

-Domande-

Un ammasso di nulla, di viltà, occhi bassi.
Un ammasso di materia gonfia, tronfia
che si aggira in un-.
Stridente vi si aggira.
Si perdona, me perdona
me persona.
E’ lui, non è lui, esiste, non esiste.
Finge, domanda, si domanda.
Gonfia, vuota che si aggira.
Gira e rigira, cieca vi si aggira.
Morta vi si aggira.
Vuota vi si aggira.

V.

Morsa di acciaio

La mente, sentita la compressione come stretta morsa di acciaio,
improvvisamente si libera, trascendendola.
In un guitto repentino,
fuori di sé, osserva il circostante.

Resta in quel dolore di capo, ma lo elude
e guarda, finalmente libera, le inezie che accadono.

Quel potere che avrebbe voluto soggiacerla col dominio,
con le strette e miserevoli pretese di subordinazione, -infamie fangose e viscide- di traverso,
impigliato nei suoi stessi nodi,                                                                               rimane immobile ad osservarla in atto fallace di protesta.

Una passeggiata tra i vicoli restituisce la leggerezza, il vento.
E nel sogno la presenza piena e soda di Lui la chiude nella sua vita.
In atto sempre di tentare, non piu’ di essere
scioglie le pretese di quella che un giorno nominava come Vita.

V.

-18 aprile 2014-

-Te-

 

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In cristalli liquidi di memoria
si muove-delicato-il ricordo che ho di te.

Agli occhi socchiusi,
sul confine dell’infinito,
la bocca pudica semiaperta
scioglie la risata argentea.

Schizzi di luce vivida, diamantina
splendono dalla tua anima brillante
al sole es-posta.

Da Valeria per Lucio

-2013-

-Il secondo Te-

Ho incontrato un secondo Te.
E rischio, così, di estirpare da lui la dignità che gli è propria.
Mi allontano dal secondo Te
senza che la mia mano
abbia potuto sfiorare la sua anima,
la pelle vibrante del suo corpo in attesa.

Già il mio cuore è suo
e il pensiero a lui corre
mentre crea nella mia vita qualcosa che si approssima ad un senso di felicità.

E tu continui a splendere lì nel cielo diurno o notturno che sia.
Una Luce di Stella splendente che abbraccia la mia vita
che la rese speciale e che continua a splendere su di me.

Come dicesti un giorno:
In qualsiasi parte di questo universo ci rincontreremo un giorno.
Io sarò lì ad aspettarti.